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IL SONNO DI ROSETTA
Testimonianza di una spettarice
di Paola Grasso

La notte del 31 luglio sono andata in piazza duomo ad Acireale con una amica, il film della Teca “Il sogno di Rosetta” apriva “Cinemadamare”, un noto festival di cortometraggi che dura 40 giorni e propone le opere di registi emergenti da tutto il mondo. La gente che passa si ferma a guardare e vota per i film, secondo i propri gusti. Non è una giuria tecnica, ma un voto di cuore. Io avevo già visto il film e anche lo spettacolo teatrale a Roma, ma era molto contenta che il messaggio della Teca fosse nuovamente giunto qui in Sicilia dove per me tutto è cominciato qualche anno fa.
Inizia il festival, io e la mia amica Elena prendiamo posto, scorrono immagini e interviste di noti registi, di ragazzi che da tutto il mondo sono venuti qui al festival, scorrono spezzoni di film che hanno fatto la storia del cinema. Mi sento contenta, l’aria è piacevole, il profumo di una donna in prima fila arriva fino a me e mi piace.
Poi c’è stato un momento in cui ho sorriso. I politici che sono intervenuti presentando la manifestazione e raccogliendo i sorrisi e il consenso del pubblico, dopo i primi trenta secondi di film si sono alzati e si sono allontanati nell’ombra. Io pensavo: “Peccato, questo film avrebbe potuto dirvi qualcosa”. Ma in realtà non è così, è un film che parla a chi ha già il cuore almeno un pochino aperto, a chi percepisce un palpito dentro se stesso, un anelito, il sussurro di una candela, un bisogno sottile e primordiale, a chi sente, anche senza saperlo, la vita che respira muta in fondo al proprio essere.
Inizia il film, sono emozionata. Scorrono le immagini velocissime, è la giornata lavorativa di un uomo che potrebbe essere chiunque di noi. Stressato, sudato, ansioso, proiettato verso il successo, una meta a cui non può rinunciare. Io ed Elena ci scambiamo un’occhiata, è proprio quello che ci sta capitando in questi anni! Siamo due giovani trentenni di belle speranze, al liceo eravamo brave, senza bisogno di studiare più di tanto, ci reputavamo carine e intelligenti. Oggi siamo entrambe proiettate nel mondo lavorativo, facciamo sforzi, vorremmo sempre migliori risultati, non conosciamo riposo, non abbiamo molto tempo per noi stesse, per i nostri affetti, avere un figlio a volte ci fa paura, dovremmo forse fare delle rinunce, rischiare di perdere il treno del successo… 
Dopo la visione del film ho sentito una grande pena, non ho pensato che il protagonista avesse una colpa, perché lui non voleva fare quello che ha fatto, ho partecipato al suo dolore, che è anche il mio ogni giorno, quando mi accorgo che sto facendo male a me stessa, mi sto dimenticando di ciò che mi serve a sopravvivere, sto inseguendo chimere… durante il film mi sono immedesimata completamente nella vera protagonista, l’osservatrice silenziosa di tutta la scena, dall’inizio alla fine. Lei assiste impotente, triste e senza urla al proprio oblio, ad uno scivolare verso un altro mondo. L’ho sentita risuonare in me, nel fondo della mia anima, quando diceva di essere come la fiamma di una candela, come un soffio di vento. Sono io. Non vorrei nulla, solo che qualcuno si ricordasse di me. Se vi ricordate di me, il resto sarà una conseguenza, ma se mi dimenticate, il resto sarà una conseguenza.
La mia amica è una scienziata, anche molto scettica rispetto alla spiritualità, però lei ascolta, percepisce, si pone domande che a volte anche i monaci dimenticano! Il suo commento è stato: “Spero che questo non mi accadrà mai!” E anch’io lo spero, lo spero tanto. La mia vita interiore, la mia preziosa anima deve sopravvivere, crescere, esprimersi, vorrei sentirla in ogni istante, sapere che sta ridendo, farla sentire amata, protetta, desiderata… quella sera io e la mia amica Elena abbiamo riso, abbiamo sorseggiato un birra, abbiamo ricordato i tempi del liceo, ci siamo sentite vive. In macchina, tornando a casa, ci siamo chieste come mai, abitando io in Sicilia e lei in Irlanda, siamo ancora così vicine. Perché ci vogliamo bene, ci siamo dette, non c’è nessun altro motivo. Ti voglio bene, non dimenticarlo, per me tu sei importante.
Grazie a tutti quelli che hanno partecipato alla creazione di questo cortometraggio, grazie davvero. Ciò che ci avete detto raggiungerà molte persone, persone che non conoscerete mai. Ci avete risvegliato qualcosa dentro, ci avete risanato per un attimo la ferita, ci avete ricordato che in fondo è semplice!
Alla fine un commovente applauso del pubblico, non era fragoroso, ma nemmeno svogliato, era un rumore di mani lento, amaro, ma pieno di speranza. Era un momento di risveglio.
 
 

 
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INTERVISTA
 

 

al Regista Giovanni Maria Quinti

di Yumak Loaldi

 
Y. Loaldi: Signor Quinti,il sonno di Rosetta viene presentato come uno spettacolo multimediale. Cosa vuol dire? Che tipo di emozioni vuole trasmettere al pubblico che assisterà in teatro?

Giovanni M. Quinti: Il Sonno di Rosetta è uno spettacolo che integra, al suo interno, tre arti: cinema, teatro e danza. Il racconto teatrale si integra perfettamente con alcuni momenti cinematografici realizzati dagli stessi attori presenti in scena. Il pubblico si troverà davanti, quindi, ad una storia raccontata con tre lingue diverse, con un incastro perfetto fra teatro e cinema e con un finale a sorpresa che lo lascerà commosso e turbato.

Y. L.: Un elemento comune di tutte le sue opere e che mai si avvale di attori professionisti. Perché?

Giovanni M. Quinti: Molte volte mi chiedo cosa significhi essere "attori professionisti". Nell'eccezione comune viene chiamato così chi fa del teatro un lavoro, un mestiere. Ma questo non significa che una persona così abbia qualcosa in più da raccontare di chi, invece, fa teatro solo per hobby o per passione. Nella mia esperienza, nei miei corsi teatrali e nei miei seminari, ho incontrato persone di grande talento, che nemmeno immaginavano di possederlo. Amo lavorare con questa gente che è poco infarcita di aspettative ed egocentrismo e molto ricca di umiltà e voglia di imparare. Queste sono le caratteristiche che dovrebbero permeare sempre un attore, sia esso professionista o no.

Y. L.: Non è frequente combinare l'arte cinematografica con quella teatrale. perché ha deciso di avvalersi di questi due linguaggi artistici?

Giovanni M. Quinti: Nell'era multimediale il cinema è una delle poche forme artistiche che riesce a raggiungere un gran numero di persone. Il sonno di Rosetta non è solo un accavallamento di due arti diverse, ma è per me una diaspora dall'arte teatrale a quella cinematografica. Ogni artista, ogni regista, ha un messaggio da dare al suo pubblico e desidera che esso lo raggiunga, gli tocchi il cuore e vi lasci un seme. Nel mio cuore vi sono molte cose che vorrei trasmettere, che ho imparato dalla vita, dai miei maestri e dalle persone che mi sono vicine. Il mio è un messaggio che vuole indurre al ricordo delle cose essenziali, ad una vita più vera e che vuole spiegare il modo per raggiungerla. Conclusa la produzione del film "il sonno di Rosetta", che sarà proiettato all'interno dello spettacolo teatrale, ho compreso che il cinema può diventare un megafono importante ed è per questo che me ne avvalgo ora e, se Dio vuole, anche in futuro.

Y. L.: Esiste qualche relazione fra il sonno di Rosetta e Gurdjieff?

Giovanni M. Quinti: Io considero Gurdjieff e il mio più importante maestro. In tutte le mie opere vi sono nascosti frammenti importanti del suo insegnamento. Sfido gli spettatori, quando vedranno il film a e lo spettacolo per intero, a trovare essi stessi tali relazioni. Nel film, per esempio, abbiamo disseminato numerosi indizi che riportano al maestro armeno. Credo che molti si divertiranno ad individuarli.

Y. L.: Qual è il messaggio che vuole trasmettere con questo spettacolo?

Giovanni M. Quinti: Il Sonno di Rosetta è la storia di una bambina che si è dimenticata da dove viene e che disconosce il suo futuro. In questo limbo della memoria inizia a cercare delle risposte. Questa ricerca, però, non sarà scevra di emozioni forti e prorompenti. Costerà molto alla giovane protagonista conoscere quella verità che le appartiene. Eppure, solo dopo averla conosciuta, sarà libera di essere se stessa e di iniziare una nuova esistenza. Questo è il viaggio che ciascuno di noi dovrebbe iniziare, imparando con coraggio a guardare la realtà che ci appartiene e ad iniziare a cambiarla, se necessario. Lo spettacolo invita lo spettatore a fare questo passo, a porsi le domande fondamentali sul senso della sua vita su questo pianeta e sul modo in cui sta realizzando in se stesso tale senso. Ma è anche uno spettacolo che parla della dimenticanza, di quanto siamo assorbiti dalle cose che ci circondano e così poco vicini alla nostra essenzialità. Lo spettacolo non potrà lasciare nessuno indifferente, glielo assicuro.
 
 
(Yumak Loaldi ha intervistato il regista Giovanni M. Quinti)
 
 

 
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Quarta Via e Teatro
L'Arte Teatrale a servizio del Lavoro su se stessi
Approccio metodologico al teatro dell'Istituto La Teca

 

Ogni Scuola, costituita secondo la visione di Gurdjieff, ha una proprio carattere e peculiritá. Essendo l'arte parte integrante dello sviluppo interno dell'essere, ogni gruppo si specializza in un particolare settore.

 

"Gurdjieff stesso diceva che non vi sono scuole “generali”, che ogni Maestro in una scuola ha la sua propria specialità. L’uno è scultore, l’altro musicista, un terzo insegna qualcosa d’altro."     (Frammenti di un insegnamento sconosciuto pag. 412)

 

L’Istituto per lo Sviluppo Armonico “La Teca” cerca, attraverso tutti i metodi possibili, di specializzarsi nell'arte teatrale, come strumento espressivo, creativo e di crescita interiore.

 

 Tutti gli spettacoli prodotti dall’Istituto sono il risultato del lavoro dei suoi allievi. 

 

Esteriormente un nostro spettacolo può risultare una normale rappresentazione teatrale. In realtà, per l’attore, è l’esercizio di alcuni strumenti utili al Ricordo di sé.

Ciascun personaggio interpretato è messo in relazione ad un particolare lavoro sul corpo e ad un particolare gruppo di “io” dell’attore.

 

La presenza del pubblico è necessaria? Perchè rappresentare storie e personaggi di fronte ad altri? 
 
La presenza del pubblico è fondamentale e rende efficace il lavoro di preparazione in precedenza intrapreso.
 
L’attore, all’interno delle dinamiche del dramma, fa del pubblico un “terzo punto”, un osservatore che lo puó aiutare ad osservare se stesso.

 

Anche la vita di ogni giorno è un teatro, solo che ne siamo eccessivamente identificati per rendercene conto. Il teatro puó aiutarci a riconoscere le maschere umane, per disancorarcene un poco, per ritrovare l'essenzialitá.

 

Puó aiutarci a ritrovare l'anima che si cela al di là delle maschere, il cuore oltre il meccanismo automatico e le finzioni.

 

Questa la nostra aspirazione profonda, il nostro tentativo, il nostro approccio verso l'arte teatrale.